The mind beyond the mind - HD School Generation -


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11.06.2015 14:29

Hagelin, il campo unificato e la meditazione

La meditazione ha sempre intuito e utilizzato in maniera tradizionale la pratica di trascendere, impegnando la mente nella ricerca di livelli sempre più profondi della consapevolezza e della comprensione umana per raggiungere l'assoluta verità. La meditazione moderna contempla una varietà di significati, ma con il significato tradizionale si intende andare completamente oltre la mente, indirizzando l'esperienza verso la consapevolezza universale.

La meditazione trascendentale è una forma molto potente ideata per scoprire e vivere livelli più profondi di realtà, quelle realtà con le quali la fisica si sta confrontando soltanto in epoca moderna. Se riuscissimo a comprendere meglio noi stessi, se imparassimo a essere più solidali e illuminati, allora le persone attorno a noi ne trarrebbero maggior beneficio. Se vogliamo dare al prossimo, aspirazione molto comune, è importante avere qualcosa da dare, qualcosa legato in maniera assoluta con la grandezza della nostra consapevolezza, con la nostra coscienza e il potere del nostro amore.

Il mondo è sempre stato cambiato dalle persone, quindi, spero che le persone che stanno evolvendosi in questa direzione possano contribuire a migliorare il mondo attraverso la propria influenza sull'ambiente circostante.

La fondazione David Lynch è stata ovviamente ispirata dal grande artista, persona pervasa da sentimenti profondi e colmi di compassione. Lui stesso provò sulla propria pelle l'effetto incredibile e quasi istantaneo di trasformazione interiore attraverso la meditazione trascendentale. Tutto ciò ebbe un impatto molto forte sulla vita di David Lynch, che a un certo punto decise di fondare questa associazione per poter rendere questo strumento accessibile e fruibile a un ampio spettro di persone, quali giovanissimi a rischio nelle scuole, donne traumatizzate dalla violenza domestica e dalla prostituzione, veterani di guerra, consentendo a tali categorie di persone di poter usufruire in maniera gratuita dei benefici della meditazione intesa come forma di guarigione.

Basti pensare che negli Stati Uniti sempre più scuole pubbliche ricorrono all'introduzione della meditazione trascendentale quale insegnamento didattico. Perfino le forze armate adottano questa tecnica nella prevenzione dello stress derivante dall'impiego in scenari operativi a elevato rischio.

L'obiettivo della fondazione è quello di dare a ogni bambino in età scolare la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità attraverso la meditazione trascendentale.

Anche in Italia si sta espandendo questo fenomeno, principalmente però soltanto a livello universitario perché purtroppo questo paese tende a essere leggermente conservatore, naturale conseguenza della tradizione culturale religiosa.

Paradossalmente in America, la meditazione trascendentale prima di essere introdotta nelle strutture pubbliche era stata perseguitata a livello giuridico e infine concessa, mentre la disciplina dello Yoga a tutt'ora non è riconosciuta, pertanto non può essere praticata in tali contesti. Si può polemizzare all'infinito ma in sintesi la meditazione trascendentale è fondamentale come forma di prevenzione al crimine e alla violenza.

(fonte:http://www.scienzaeconoscenza.it/data/newsletter/hagelin-la-vera-essenza-dell-universo.htm)

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21.09.2014 11:51

L’insonnia dei bambini tra tecnologia e cibi sbagliati

Difficoltà a prendere sonno. Ma anche frequenti risvegli nel cuore della notte. Succede a più di un milione di bambini o ragazzini—tra i 3 e i 14 anni—secondo i calcoli dell’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidòss) che lancia l’allarme in occasione del suo primo Forum Intemazionale che si terrà a Napoli dal 25 al 27 settembre. Giocare con tablet, computer e telefonini fino a tarda sera, cene pesanti e andare a letto agli orari degli adulti sono comportamenti sbagliati. «I bambini fra i tre e i cinque anni dovrebbero dormire 11-13 ore, per arrivare a 8-9 ore dagli 11 ai 13—spiega Giuseppe Mele, presidente Paidòs —. Oggi la maggioranza perde almeno 40 minuti di sonno a notte». In oltre otto casi su dieci i disturbi del sonno dipendono proprio «da fattori legati all’organizzazione della giornata e alla molteplicità di stimoli che ricevono». Che fare? Oltre a mandare i figli a letto presto, intomo alle 21, i pediatri lanciano le «regole dei 5 sensi». La prima (vista): spegnere tablet, tv e computer almeno un’ora prima di andare a letto. «La luce dei dispositivi elettronici altera la produzione di melatonina, l’ormone che favorisce il riposo», dice Mele. La seconda (gusto): evitare una cena pesante e ricca di grassi, meglio mangiare alimenti che stimolano la produzione di serotonina come pollo, uova, pesce e latte. La terza regola (tatto): mantenere una temperatura di 18 gradi nella camera dei bambini e un pigiama non troppo pesante. La quarta regola (olfatto): usare detersivi 0 profumi a base di lavanda, «fragranza che aiuta a rilassarsi». La quinta regola (udito): «Almeno 30 minuti prima di mettere a letto i bimbi la casa dovrebbe scivolare nel silenzio». Se si vive in una zona movimentata si può utilizzare un suono «di fondo» omogeneo come quello di un ventilatore 0 di un deumidificatore.

Il Corriere 21/09/2014

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15.08.2014 20:39

Persuasori occulti

Ben è un bimbo di tre anni. Corre felice nel giardino di casa e fa costruzioni con i cubi. Da dietro la finestra il padre lo guarda e racconta che Ben, purtroppo, ha un tumore al cervello e pochi mesi di vita davanti a sé. E che come padre non sa come fare per continuare a essere allegro e presente nella vita del figlio con quel pensiero ricorrente. E poi racconta che quando esce, e si mette per terra, all’altezza del piccolo, per giocare con i cubi, per qualche istante riesce a dimenticare ciò che inevitabilmente accadrà e a capire quanto sia stata importante la breve permanenza del bambino nella famiglia.
Ben è un cartone animato, come il suo papà: li ha creati Paul Zak, neuroeconomista della Claremont Graduate University, per scoprire che accade agli esseri umani quando sono esposti a un racconto ad alto tasso di emotività. I risultati del suo esperimento, pubblicati nel 2007 su «PLoS ONE», dimostrano che le storie cambiano il nostro cervello e, di conseguenza, il nostro comportamento. Dopo aver ascoltato la vicenda di Ben, nel sangue dei volontari sottoposti all’esperimento si trovano elevati livelli di cortisolo (l’ormone dello stress, ma anche dell’attenzione) e di ossitocina (che aumenta l’empatia). Un secondo video, in cui Ben e il padre passeggiano in uno zoo, e in cui non vi è alcuna trama o emozione particolare, non altera invece la composi-zione del sangue degli ascoltatori.
Non solo: dopo aver ascoltato la storia dello sfortunato bambino, gli individui che producono i più alti livelli di ossitocina sono anche più propensi a donare a uno sconosciuto più della metà di quanto guadagnato partecipando alla ricerca (negli Stati Uniti è consentito pagare piccole somme a chi si offre volontario). E misurando i livelli di ossitocina durante la visione del racconto i ricercatori sono stati capaci di prevedere con il 98 per cento di sicurezza chi avrebbe donato.
«Il nostro studio ha dimostrato che i rac-conti modulano il funzionamento del cer-vello e che esiste una relazione tra l’arte di raccontare e il comportamento di chi ascolta i racconti», dice Paul Zak. «A suscitare cam-biamenti, a livello sia biochimico sia comportamentale, non sono le parole, ma il modo con cui vengono concatenate per costruire il racconto. Nel nostro caso solo le storie che rispettano il cosiddetto arco drammatico, una struttura narrativa identificata dallo scrittore tedesco Gustav Freytag nel XIX secolo, hanno un effetto sul comportamento. E l’arco drammatico - introduzione alla vicenda, crescita dell’azione, climax, riduzione dell’azione, risoluzione della vicenda - è la struttura tipica di qualsiasi buona narrazione».


Questioni evolutive

Il lavoro di Zak non è certo il primo dedicato al valore psicologico e neurologico dei racconti. Il tema interessa da anni gli esperti, soprattutto perché l’uomo sembra essere l’unico animale che ama narrare o ascoltare gli altri che raccontano. Che cosa c’è nei nostri cervelli da renderli sensibili alla narrazione?
«La spiegazione è evolutiva», afferma Jonathan Gottschall, docente di letteratura ed evoluzione al Washington and Jefferson College, in Pennsylvania, e autore di L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani, pubblicato in italiano da Bollati Boringhieri. «I bambini imparano presto a inventare storie, a raccontarle, a viverci dentro, e ci credono per natura, non per cultura. E naturale quanto respirare: è la loro Isola che Non C’è».
E Neverland (l’Isola che Non C’è nella versione inglese di Peter Pan) è il titolo originale del libro di Gottschall, a indicare il mondo immaginario nel quale passiamo tanto tempo. «Se consideriamo il tempo che spendiamo ogni giorno immersi in mondi immaginari, otteniamo un risultato sorprendente», continua l’autore statunitense. «Sono circa otto al giorno le ore che trascorriamo ascoltando o raccontando storie: che sia la televisione o i nostri pensieri, un libro o una ricostruzione interiore, la verità è che i racconti riempiono la nostra esistenza anche da svegli e non solo nei sogni. Più che cittadini della Terra, siamo cittadini di questo mondo immaginario».
L’attitudine a narrare è una delle poche caratteristiche umane universali, presenti in tutte le culture. Vi sono tracce di narrazioni collettive - le storie popolari da cui hanno origine i miti e le leggende - fin dai tempi più remoti della vita della nostra specie. «Quando un comportamento è presente in tutte le società, la scienza vi riconosce un prodotto dell’evoluzione», spiega Gottschall. «Ciò significa che nel raccontare storie ci deve essere qualcosa di utile per la nostra specie, qualcosa che ne potenzia le capacità sociali».
Secondo la più accreditata ipotesi evolu-zionistica, l’arte di narrare avrebbe lo scopo di propagare informazioni utili a garantire un buon adattamento della specie all’ambiente. Consente infatti di trasmettere culturalmente - quindi senza aspettare i tempi lunghi della trasmissione biologica e genetica - informazioni essenziali sui luoghi dove trovare il cibo, sulle tecniche di caccia, di navigazione o di orientamento geografico. Inoltre è un ottimo sistema di codifica delle norme sociali e delle regole morali. «Dal momento che le storie sono oggetti sociali che contengono informazioni sulle relazioni tra gli individui, sono imo strumento perfetto per tramandare istruzioni per una buona vita collettiva. E la loro natura narrativa permette di memorizzare una lunga lista di dati che sarebbe impossibile da trattenere se fosse esposta in chiave puramente didascalica», conclude Gottschall.


Simulatori di volo

Raymond Mar, psicologo dell’Università di Toronto, è convinto che le storie abbiano anche un altro ruolo, quello di agire come «simulatori di volo» per la vita reale. «Se le storie hanno un elevato contenuto di relazione e sono mentalmente stimolanti, possono migliorare le abilità sociali degli individui», spiega. «Anche se alcuni esperimenti che abbiamo condotto nel mio laboratorio hanno finora trovato solo correlazioni: chi narra o ascolta (o legge) storie ha poi una vita sociale più ricca, ma non possiamo ancora dire in modo scientificamente certo che la narrazione è la causa del migliore adattamento sociale e non il prodotto».
In una ricerca del 2006 Keith Oatley, il docente di psicologia con cui lavora Mar, ha studiato le abilità sociali e il livello di empatia in 94 studenti sottoposti anche a un questionario su autori di romanzi e saggistica. Coloro che conoscevano un numero elevato di romanzieri avevano anche i risultati migliori nei test. Le ricerche di Mar sono state replicate anche nei bambini, mostrando lo stesso risultato, indipendentemente da eventuali variabili confondenti come il genere, i tratti di personalità, il livello intellettivo e le abi-lità linguistiche. «E la fiction, sono le storie inventate, ad avere il maggiore effetto pla-smante, mentre il racconto di fatti realmente accaduti sembra meno efficace», dice Mar.
Anche uno dei padri delle neuroscienze, Michael Gazzaniga, è convinto che le storie servano a prepararci alla vita reale. «Siamo pronti per fare fronte agli eventi inattesi perché li abbiamo immaginati o ascoltati nei racconti. E questa una delle funzioni evolutive essenziali della narrazione», spiega. Gazzaniga è noto soprattutto per i suoi studi, condotti più di trent’anni fa, su pazienti con disconnessione emisferica, ossia nei quali la connessione tra l’emisfero destro e quello sinistro era stata interrotta chirurgicamente mediante la resezione del corpo calloso, il fascio di fibre che passa da un lato all’altro del cervello. «Era una terapia in voga all’epoca per trattare i pazienti con gravi epilessie farmacoresistenti. L’epilessia diminuiva di intensità o scompariva, ma il paziente sperimentava una curiosa situazione nella quale l’emisfero destro non sapeva che cosa faceva il sinistro. Poteva così capitare che la mano destra afferrasse un oggetto dal tavolo e la sinistra lo rimettesse a posto».
Gli studi di Gazzaniga su questi pazienti hanno dimostrato che, quando l’esaminato-re chiedeva loro il perché di alcuni compor-tamenti incongrui tra le due parti del corpo, essi tendevano a inventare storie per renderli plausibili. «Assistendo a questo fenomeno ho capito che il nostro cervello usa la tecnica della "storificazione" per mettere ordine nel disordine, per dare coerenza a ciò che è incoerente. All'epoca chiamammo questa funzione cognitiva l'Interprete: nel nostro cervello, l'Interprete da forma e significato alla realtà».


Raccontare non è parlare

Studiare la narrazione da un punto di vista scientifico e non solo letterario non è semplice, perché bisogna innanzitutto accordarsi sul significato del termine e su ciò che distingue un racconto da un normale discorso. Spesso si tende a definire la narrazione in negativo, ossia elencando ciò che non è: non è un elenco di fatti e non è una descrizione come quelle che troviamo su Wikipedia. È una concatenazione di eventi che svela il proprio significato completo nel tempo, oppure un discorso incentrato sulle emozioni e le sensazioni di altri esseri umani.
«Comunque la si definisca, che si tratti di una narrazione realistica o meno, le persone riconoscono un racconto quando se lo trovano davanti e riconoscono le emozioni dei protagonisti», continua Gottschall.
Non solo le riconoscono, ma le vivono in prima persona e le collegano alle esperienze precedenti. In uno studio ddl’Università del North Carolina a Chapel Hills, pubblicato nel 2004 dalla psicologa sociale Melanie Green, si dimostra come i racconti che riflettono elementi del nostro vissuto inducano una maggiore partecipazione emotiva e un’immedesimazione importante. Nell’esperimento in questione, il racconto riguardava la vita di un giovane studente universitario gay e la risposta emotiva è stata molto più alta in chi conosceva persone omosessuali o ne aveva una in famiglia. Non solo: Green ha scoperto anche che confrontando i risultati a un test per misurare l’empatia con il coinvolgimento nella narrazione si nota una relazione lineare tra i due parametri. «Questo spiega forse perché alcune persone amano leggere e altre per nulla. E suggerisce agli insegnanti di puntare, per convincere i più giovani ad apprezzare le storie, su libri e racconti che riflettano la loro vita reale. L’opposto di quanto accade nelle scuole, dove la narrazione viene affrontata attraverso i classici, che sono lo specchio di una società ormai obsoleta, con la quale è difficile empatizzare», dice Green.


Riconoscimento precoce

L’uomo è capace di raccontare storie perché è dotato di una teoria della mente, ossia della capacità di pensare a se stesso e agli altri esseri umani come esseri pensanti. Recenti esperimenti condotti su bambini anche piccolissimi - sotto l'anno di vita - dimostrano che non solo sono capaci di capire una storiella anche quando i personaggi sono pupazzi o addirittura formine geometriche, ma che tendono a umanizzarli e a classificarli secondo una morale che sembra innata: il triangolino che fa i dispetti al cerchietto, il gattino di peluche che impedisce al cagnolino di raggiungere un biscotto, vengono scelti come compagni di gioco meno di frequente dei personaggi che si comportano amichevolmente verso gli altri protagonisti della storia.
In questo caso le narrazioni non usano nemmeno il linguaggio, ma vengono mimate o rappresentate da burattini. La storia e il carattere dei personaggi vengono estrapolati dai piccoli spettatori indipendentemente dal contenuto linguistico. Si tratta di un risultato sorprendente, perché fino a pochi anni fa si sosteneva che la teoria della mente fosse una funzione che si sviluppa solo intorno ai 3-4 anni e che l’attribuzione di «personalità» a strutture inanimate potesse avvenire solo verso quell’età, come dimostrato da Franz Heider e Mary-Ann Simmel in un classico esperimento di psicologia datato 1944.
«Secondo la logica, la selezione naturale avrebbe dovuto eliminare questa nostra in-clinazione a farci irretire da mondi immagi-nari invece di fare attenzione a quello reale», ha scritto lo psicologo evoluzionista di Harvard Steven Pinker in un saggio pubblicato nel 2007 su «Philosophy and Literature». «In realtà le storie sono uno strumento di apprendimento prezioso, in grado di sviluppare le relazioni all’interno del gruppo sociale. Le storie hanno un appeal tanto potente e universale da far ipotizzare che le radici neurologiche della narrazione e del piacere di ascoltare siano inscritte in settori cruciali della nostra cognizione sociale».
A conferma di ciò, nel 1997 un altro psicologo evoluzionista, l’inglese Robin Dumbar, dimostrò che i temi legati alla socialità costituiscono oltre il 65 per cento del contenuto delle nostre conversazioni pubbliche, indipendentemente dal genere o dall’età.
Talvolta la natura sembra dominare la cultura. Nel 2006 Gottschall ha esaminato tutte le storie popolari a tema sentimentale, dimostrando che l’amore romantico è presente universalmente, anche nelle culture in cui il matrimonio è più una faccenda di accordi economici che di passione. «Lo studio ha aiutato a dimostrare che l’amore romantico è un’emozione biologicamente determinata, e che non ha nulla a che vedere col sesso. Ugualmente, qualche anno prima ho cercato di capire se le storie potevano dirci qualcosa sulle differenze di genere: analizzando oltre 90 raccolte di storie popolari, ciascuna composta da un centinaio di racconti, ho dovuto rassegnarmi al fatto che gli uomini sono sempre dipinti come forti e coraggiosi e le donne come belle. Non sono riuscito a trovare nemmeno una storia nella quale la bellezza maschile fosse disgiunta dal coraggio. Certo, potrebbe essere un effetto del dominio culturale maschile, per cui quelle arrivate fino a noi sono narrazioni raccolte e tramandate da maschi, ma sono uno specchio fedele della spinta darwiniana a considerare le donne per le loro capacità riproduttive e gli uomini per quelle di provvedere alla famiglia».
Gottschall si considera un letterato darwinista, e come tale è interessato anche al ruolo delle emozioni nel determinare gli obiettivi dei protagonisti delle narrazioni: «Amore romantico e atti di eroismo sono obiettivi costanti e sono evidentemente il frutto del nostro modo di vivere le emozioni, anch’esse biologicamente determinate».


Persuasione occulta

Le storie non sono solo lo specchio della nostra mente: sono anche un potente motore di persuasione e omologazione, parados-salmente più dei fatti. Lo ha dimostrato uno studio del 2006 nel quale gli autori hanno osservato la reazione di volontari all’ascolto di testi indicati come «descrizione di fatti reali» confrontati con quelli che ascoltavano testi indicati come «fiction». I primi hanno indotto critiche e analisi attente, mentre i secondi vengono accolti prevalentemente in modo passivo. L’assenza di barriere, però, rende le storie più subdolamente pervasive: alcuni studi dimostrano infatti che una narrazione ben costruita può farci cambiare opinione o farci accettare un’opinione nuova, anche se, in assenza di una conferma nel mondo reale, questo effetto dura in media solo tre giorni.
«Questa è anche la ragione per cui il marketing si sta appropriando delle storie», spiega Melarne Green. «Fin dall’esordio le pubblicità hanno lavorato sulla narrazione. Dopo un periodo in cui si è puntato sulle sensazioni invece che sulle emozioni, oggi si torna a creare l’immagine dei prodotti attraversò le storie: compriamo una certa marca perché così entriamo nel suo mondo narrativo».
Un potere che potrebbe essere sfruttato a fin di bene: le campagne di prevenzione puntano sempre più a inserire le informazioni all’interno di un racconto, mentre la televisione comincia a scoprire la funzione educativa delle sit-com. Basta inserire un personaggio che fa un esame diagnostico o smette di fumare per indurre almeno una parte degli spettatori a imitarlo.

Mente e cervello Luglio 2014

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04.05.2014 17:47

La paura non sempre ci fa crescere

Guardando da una postazione privilegiata, grazie al lavoro che svolgo, posso dire che le nuove generazioni che si apprestano ad affacciarsi sul mondo dell'università o del lavoro stanno vivendo un momento allo stesso tempo eroico e frustrante. Il clima di sconforto che ormai si è istaurato nell'Italia contemporanea, vittima della crisi dei suoi stessi valori che l'avevano resa culla della civiltà occidentale, sta delineando delle generazioni di individui disillusi e anestetizzati a qualsiasi iniziativa di cambiamento. Eppure il momento dovrebbe essere eroico! Questo sarebbe il momento di pretendere un cambiamento, di prendere la propria vita tra le mani e decidere del proprio futuro.

 

Spesso però come avviene nei miglior romanzi della tradizione marinaresca, non sempre i marinai possono scegliere quando far partire la nave, l'unica cosa che l'esperienza sul mare ha insegnato loro è che timore e avventura camminano di pari passo. Così queste nuove generazioni si trovano a mettere il vascello in acqua proprio nel momento della bufera. Quanta sarà la paura che dovranno affrontare? Forse vale la pena aver paura, ma tanto quanto basta per dare una scarica di adrenalina ed affrontare la vita con vigore, attuando attente valutazione e scelte risolute. Il pericolo però è che la paura dia un esito differente, adombri i sensi ed anestetizzi il vigore e l'intraprendenza. Così da una formidabile tempesta si passa alla percezione di una stancante bonaccia, la stessa in cui incorrevano i marinai, che se protratta a lungo dura quanto una vita, scarna di emozioni e tiepidamente vissuta. Certo è che a questi giovani non gli si offra nulla, sono costretti a mendicare un occupazione, anzi avvolte anche solo un minimo di attenzione. Questi "bamboccioni", così qualcuno li ha definiti, passeranno all'età adulta senza più percepire la tempesta in cui si erano trovati nel mentre calavano le scialuppe in mare. Avremo così, come già accade, delle gioventù allungate fino all'inverosimile, in cui il tetto familiare viene percepito come unico luogo di vita e di sostentamento, ovvero l'occhio del ciclone in cui vivere una surreale bonaccia. Allora che consiglio dare? Cosa possiamo fare per i ragazzi di oggi futuri adulti di domani?

 

La paura può diventare una grande virtù, a patto però di saperla gestire e farla fruttare! Non accontentiamoci delle piccole virtù, come sosteneva Natalie Ginzburg, non facciamo della paura un valore di prudenza se non per evitare rischi stupidi. Osiamo, come fanno gli uccelli, vinciamo la paura del vuoto ed iniziamo a volare, la vita ci appartiene e non lasciamo che agli altri decidano per noi. Certamente la scuola e la famiglia dovrebbero insegnare ai bambini e ai ragazzi a vivere e non soltanto inculcare in loro la necessità di trovare e mantenere un lavoro, poiché non siamo nati per correre su una ruota come un criceto, ma per essere felici. Gli insegnanti non devono fornire solo nozioni, ma devono trasmettere agli alunni tutti quegli strumenti che permettano loro di esprimere i propri doni unici. Quale alunno avrà più successo in un futuro? Quello che avrà saputo rispondere bene a dei test o quello che ha sviluppato una propria sicurezza  personale grazie ai continui stimoli positivi familiari e scolastici? Sicuramenti mettere in risalto il meglio di una persona e correggerne amorevolmente i difetti contribuisce a plasmare una personalità coerente e sicura del proprio agire. Molto spesso però quest'armonia e serenità manca negli stessi educatori che invece di essere fari illuminanti per i propri allievi, diventano untori di ansie e frustrazione, contagiose al pari dei virus influenzali. Quale futuro allora?

 

Finché non ci si renderà conto che un insegnante modella l'anima dei propri alunni, non si potrà mai avere un inversione di tendenza, né pretendere che una nazione si evolva dal punto di vista culturale, sociale ed economico. Insegnare non è solo un posto di lavoro, ma che piaccia o no, come del resto tutte le professioni, è una vocazione. O si ama ciò che si fa o si cambia aria, il materiale su cui si lavora è troppo importante. Mancano sicuramente strutture idonee e stimoli psicologici e materiali per far bene il proprio lavoro, allora perché accontentarsi? Bisogna sempre pretendere di essere rispettati a livello di dignità personale e capacità professionale, mai accontentarsi e farsi convincere; altrimenti... il diluvio!

G. D.S.

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04.02.2014 13:56

Cosa ci vuole veramente per iniziare a studiare


Tutti gli studenti sanno cosa vuol dire mettersi sui libri dopo una giornata di scuola interminabile, con la prospettiva di un pomeriggio da passare seduti su una scrivania. Per il 90% delle volte la voglia manca e la mente divaga verso altre mete e ben altri progetti. Ciò che veramente manca è la volontà, questa strana compagna di studi che tutti cercano ma pochi riescono a trovare. Specialmente in queste nuove generazioni, distratte dai mille strumenti multimediali e interattivi, dagli sms agli smartfone con chat varie e whats-up, la problematica della concentrazione sullo studio e la volontà di concentrarsi diventa un ostacolo quasi insormontabile.

 Se veramente vuoi riuscire nello studio io ti consiglio di affrontare i seguenti passi e di ripeterli ogni giorno fino a quando per te diventerà un abitudine automatica automaticamente attuata.

 

1) Prima di iniziare a studiare assicurati che non hai già intrapreso un atteggiamento depresso e svogliato. Nel caso in cui ti senti così utilizza un metodo per tirarti su con l'umore. Questo può essere fatto attraverso l'ascolto di una musica che ti dà una particolare carica o facendo tutto ciò che ti fa sentire bene. In questo modo il tuo corpo produce dei recettori chimici che ti predispongono ad un senso di benessere e di positività, nonché di allegria.

2) Solo dopo che ti sarai sentito allegro e motivato intraprendi lo studio. Ricorda uno studio fatto senza motivazione e con poca volontà si risolverà in uno scarso apprendimento. Meglio è andare a farsi una bella passeggiata divagante! O mettersi a fare altro.

3 ) Ricordati che anche l'alimentazione è molto importante per la concentrazione, infatti più il pasto sarà pesante e più energie ci vorranno nella digestione, sottraendo carburante al cervello. Tutti quei cibi che alzano il tasso glicemico portano sonnolenza, un bel piatto di verdure fresche o cereali potrebbero aiutare a mantenere la concentrazione.

4) Ricordati che l'ambiente in cui studi deve essere ordinato ed accogliente, puoi anche utilizzare una musica di sottofondo se non ti deconcentra.

5) Non studiare per più di 45 minuti... fermati fai una pausa di 15 minuti e poi riprendi. Il livello di attenzione decresce rapidamente e raggiunge il suo massimo livello dopo circa 15 minuti.

6) Per 45 minuti metti al bando ogni possibile distrazione come smartphone e quant'altro.

7) Inizia con le materie più impegnative e lascia quelle che ritieni più leggere per dopo.

 

Seguendo queste poche e semplici indicazioni potrai raggiungere velocemente livelli soddisfacenti di profitto e soddisfazione nello studio.

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